Presupposti

Roma ha una millenaria dimestichezza con cereali e pane ma, nonostante il tempio di Eurisace, un’affascinante leggenda* sulla creazione dell’isola Tiberina , i mulini di Ostia Antica e le mole ancora visibili lungo il Tevere, fino ad oggi non aveva un suo pane identitario.

Sì, ci sono la Ciriola, la Rosetta (mutuata dalla milanese Michetta), la pizza romana e, a seguire territorialmente i pani di Genzano, Lariano, Canale Monterano: ma sono corollari che marcano essenzialmente specifici territori collinari.

In altre parole, Roma non ha costruito né conservato una propria tipologia di pane, nonostante a Pompei (alcuni calchi, sono stati ritrovati, elaborati e conservati nel Museo archeologico di Napoli) in piena età imperiale, si producesse un pane di elevate forma e sostanza: da lì, siamo partiti per un recupero di forma -gli otto spicchi- che di sostanza: farro, grano duro, orzo.

Dal 2018, un grande pane di riferimento per la città eterna: il pane dei romani.

*sarebbe sorta dal cumulo dei covoni di grano, appartenuti ai Tarquini, che i romani gettarono nel fiume al momento della cacciata di questi da Roma. La quantità era tale che i covoni, ammassandosi l’uno sull’altro, formarono la massicciata che fu il primo nucleo dell’isola Tiberina.